L'identità richiede MUSCLEs

L’esperienza da relatore in Accademia è davvero gratificante. Poter trasferire la mia passione, ha pizzico di inconscio egoismo, in quanto ne traggo sempre una carica pazzesca.

I primi tempi, però avevo un approccio sbagliato, lo ammetto. Inconsciamente trasferivo la mia passione per la fotografia in maniera soggettiva. Gli studenti erano “vittime inconsapevoli” del mio modo di vedere il mondo. Succedeva quindi che il mio umore trasferito all’interno delle immagini ne influenzava la visione generale. Venivano a crearsi così una serie di cloni, che guardavano la fotografia in maniera cupa e monocromatica.

Alla fine del primo semestre mi ritrovai a visionare un centinaio di immagini cupe, mosse, cervellotiche e “pesanti”. Questi ragazzi, allora ventenni, stavano cercando l’emulazione di un pensiero non loro. Dovevo fare qualcosa, fui mosso da un fortissimo senso di colpa. Quelle foto di tramonti, barchette colorate, cugine spalmate sulle finestre, nipotini sui tricicli verdi si erano trasformate in segmenti di lavagne schizzate da tratteggi di gesso. La loro fotografia aveva perso il sorriso. Ma era davvero quello che volevano ?

Questo episodio ha fortemente segnato il mio approccio all’insegnamento, spinto da un senso di debito morale nei loro confronti ho passato il semestre successivo cercando di indagare i processi legati alla ricerca di un’identità.

Il mio desiderio era quello di installare nelle loro menti la potenza semantica di questo mezzo estirpandola da un mero desiderio estetico. Ma non sono riuscito a farlo in maniera oggettiva, il mio era quasi un autocompiacimento del mio credo fotografico.

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Creare un’identità fotografica è un po’ come scolpire il proprio corpo. 

Per far ciò hai bisogno di una forte motivazione, una costanza assoluta e sopratutto di un metodo. Ti svegli una mattina ti guardi allo specchio e ti vedi una pera con braccia e gambe. “Non posso essere io”, ripeti. Poi urli a te stesso “da Lunedì cambio vita”. Ovviamente è ancora Martedì.

Lavori sodo per un lungo periodo e riesci a “costruire” un corpo invidiabile. La tartaruga non è più “rovesciata” come prima, la tua massa grassa si è ridotta, i pantaloni comprati quando eri ancora uno studente universitario tornano a calzarti a pennello. Ti senti a tuo agio con il tuo corpo, quella pera allo specchio si è trasformata in una figura dalle sembianze finalmente umane. Ad un certo punto però ti fermi, perdi smalto, perdi costanza, ricominci a mangiare come un vitello (non so perché si dice così visto che se fossi erbivoro non avrei mai problemi di peso). Cosa succede quindi ? Vanifichi tutto quello che hai raggiunto con metodo e sacrificio. La cultura del corpo, così come la ricerca di un’identità fotografica, è un processo senza fine.  

La ricerca di un’identità (come vedi non riesco a chiamarla stile) segue un sistema a 6 fasi, non casualmente riassumibili nell’acronimo: MUSCLE

 Motivate. Unlearn. Scan. Choose. Learn. Evolve.  And do it again.

L’ho studiata tanto, inizialmente mi venivano parole tipo “Usslr, Usrle, Ursss” ma non si imprimevano nella mente, ne tantomeno a quanto ne so rappresentano parole sensate.

Ecco le 6 fasi:

Motivate.

La voglia di cambiare, esprimersi, rinnovarsi non può che partire da una forte componente motivazionale. Devi trovare il perché. Un’esigenza reale, quasi impellente che ti suggerisca di intraprendere questo viaggio. 

Questo accade anche quando ti trovi a fare da relatore davanti ad un gruppo di sbarbatelli. Inizia sempre cercando di tirare fuori il loro perché. Cosa vuoi dalla fotografia ? Cosa vuoi ricercare ? 

 Quanto meno, il motivo per il quale abbiamo bisogno di andare oltre il conosciuto, il meccanico e l’automatico.

Unlearn.

Nella seconda fase, eliminare tutte le convinzioni radicate nella tua mente. Hai bisogno di ritornare ad uno stato embrionale. Cominciare da zero è complicato ma cambiare modo di pensare è un’impresa titanica. Molto spesso la pratica si associa con ciò che si osserva. Ne risulta una piattezza visiva, determinata dal fruire di immagini che conducono verso un punto di vista uniforme. Seguo quello che vedo perché funziona, non vado oltre perché non funziona. La fotografia è un’altra cosa. 

In Accademia, ad esempio, avevo bisogno di riportare i ragazzi ad un foglio di carta bianco sul quale disegnare una nuova mappa.

Scan.

Una volta eliminate tutte le convinzioni, ristruttura il sistema di apprendimento. In questa fase non basta solo aprire la mente ad ogni influenza stilistica ma anche agli strumenti per acquisirla. Dove reperire le informazioni ? Leggi, ascolta, osserva tutto. Questo è il momento della confusione. Non sai ancora quello che cerchi, non sai di certo quello che vuoi. 

Choose.

Siamo tutti diversi, fortunatamente. Ci leghiamo ad alcuni generi o correnti, ad una serie di autori o approcci. In questa fase abbiamo già fatto uno screening seguendo il processo elementare del “mi piace”, “non mi piace”. 

Il nostro “focus” si restringe. Abbiamo scelto cosa ci interessa.

Learn.

Abbiamo già deciso dove si concentreranno i nostri esperimenti visivi. E’ il momento di assorbire come una spugna tutte le informazioni e tutte le immagini in maniera più specifica e ristretta. Studiamo la forma, il contenuto, la filosofia dell’autore. Riempiamo, insomma, il nostro foglio.

Evolve.

E’ il momento di fare un passo avanti, di evolvere il nostro approccio e la nostra fotografia. Portandoci dietro il bagaglio accumulato nelle fasi precedenti, iniziamo una fase entusiasmante di sperimentazione. Troviamo un nostro linguaggio, qualcosa da comunicare al mondo. Poi lo mettiamo totalmente in discussione ritornando alla fase iniziale. 

E si ricomincia Motivate. Unlearn. Scan. Choose. Learn. Evolve.

Il circolo dei fotografi frustrati.


 
 
JournalEdoardo Morina