I commercianti di tappeti e il the alla menta.

Passeggiavamo tra le palme di Zagora, quando dal nulla è apparso Mohammed.

Avrei potuto evitare di chiedere il nome, sapevo già che sarebbe stato Mohammed.

Lui, contrariamente al copione, non ha chiesto i nostri nomi ma ha deciso, di sua spontanea volontà, di ribattezzarci Alì e Fatima. Non ho battuto ciglio, mi piaceva quel nome e nella mia testa ero divertito dal fatto che l’uno accanto all’altro saremmo stai Mohammed Alì. Si lo so è una stronzata, ma mi divertiva.

Dal momento che si è avvicinato, mi convinsi che il suo unico scopo sarebbe stato vendermi l’hashish. Ma non era così. Mohammed voleva indicarmi la strada verso la Kasbah, quella che stavo cercando, e si è proposto per farci da guida.

Il fatto che tutto questo non fosse casuale, ma perfettamente studiato dal furbissimo amico, penso sia scontato. Ma decisi di stare al gioco. Oltretutto, come sempre, non avevamo la minima idea di dove fossimo.

Il solito cugino che vive in Italia si chiama Alì, proprio come il mio improvvisato nome Marocchino. Ma questi sono dettagli.

Mohammed ci accompagna durante un percorso meraviglioso, tra paesaggi deserti e viuzze di una Kasbah semi abbandonata. Mantiene il sorriso e una disponibilità che ci mette subito a nostro agio.

Dopo un’oretta, sinceramente interessantissima, ecco il punto finale di ogni tour guidato marocchino, anche se improvvisato.

“Venite qui, vi faccio vedere la manualità degli artigiani che producono i tappeti”.

“Si Mohammed, sappiamo come funziona, abbiamo le valigie piccole e voliamo con Ryanair, non possiamo comprare nulla”.

Liberati da quel peso delle aspettative che avremmo disatteso, Mohammed non demorde e ci invita ad entrare ugualmente.

All’ingresso Yasmine, o qualcosa del genere, un uomo sulla sessantina che con le braccia aperte pronuncia il mantra di questo viaggio “Welcome to Morocco, would you like a tea”.

“Si Yasmine, con piacere”. Valeria berrebbe 200 the al giorno.

“Il piacere è tutto mia, questa è l’ospitalità marocchina”. Benissimo.

Yasmine ci invita a sedere attorno ad un tavolino rettangolare, uno di quelli bassi che non sai mai come approcciare. Ti sporgi in avanti o ti siedi lateralmente?

Iniziamo a parlare con l’intermediazione di Valeria. Io purtroppo so solo pronunciare la frase “tu sei quello che i francesi chiamano Les Incompétents”, il resto di questa lingua per me è arabo.

Yasmine inizia il suo show, un pò il classicone, la sua famiglia è distribuita per l’Italia, un giorno vorrà andarci, e solite frasi strategiche.

Tutto procede con serenità. Liscio come l’olio, diciamo in Sicilia. Abbiamo già capito come funziona.

Finito il secondo bicchiere di “tea”, e approfittato dell’ennesimo bagno alla turca, sogno di portarmi un pappagallo da ospedale.

Proprio mentre la mia mente divaga, immaginandomi passeggiare con quest’arnese plastico attaccato al mio zaino della macchina fotografica, Yasmine sferra l’attacco.

“Volete vedere i Tappeti della cooperativa”?

“No grazie amico, saranno meravigliosi, ma personalmente non adoro i tappeti e non saprei neanche dove metterli”.

Yasmine cambia in volto. Io lo noto. Le sopracciglia diventano ali di gabbiano, da tronista per intenderci. Siamo li l’uno davanti all’altro mentre Sergio Leone ci guarda da lontano per prendere spunti per il suo prossimo duello. Yasmine con le sue ali da gabbiano, io col mio monociglio tipo Bruce di Holly e Benji.

Chiedo a Vale di tradurgli il fatto che non voglio mancargli di rispetto ma i tappeti non mi interessano.

“Sei entrato qui, questo è un negozio di tappeti e hai bevuto pure il tea”!

Dannato the.

Non voglio cedere, non posso farlo. La mia mente va in tilt e parto con un monologo gigante sulla morale della sua fasulla ospitalità.

Ora non ricordo cosa ho detto di preciso, anche perchè ho utilizzato una lingua che credevo comprensibile ma che con lucidità riconosco un frullato di lingue occidentali che probabilmente non avrebbe compreso neanche mia madre.

Quello che ricordo indistintamente è l’ultima frase. Di certo in Inglese.

“Questa non è Ospitalità, questa è una strategia di vendita!”.

Credo che se non ci fosse stata Valeria, probabilmente dentro un tappeto ci sarei finito, avvolto come l’interno di un involtino primavera.

Sapevo però di cosa stavo parlando. La strategia è vecchia come mia nonna, perfino di più. Come la nonna di mia Nonna. Preistorica!

Si mantiene sul concetto di reciprocità.

La reciprocità si basa sull’idea che, se qualcuno ci offre (o dona) qualcosa, noi ci sentiamo una sorta di obbligo nel dare qualcos’altro in cambio.

Dal concetto di reciprocità, gli umani hanno creato il commercio.

Credo di avergli detto pure questo. In qualche modo.

E ancora una volta, questo popolo di finissimi Marketer, ha capito il concetto e lo ha fatto suo.

Prendo macchina fotografica, zainetto e pappagallo immaginario e vado via da lì. Guardo Valeria con fierezza ma credo che lei mi guardasse con la faccia di chi dice “coglione mi lasci qui”? In effetti aveva ragione.

Mi avvicino a Mohammed e gli sussurrò. “Io e te vicini come ci chiamiamo”?

Lui non capisce.

“Tu Mohammed, io Alì”, “Insieme?”. Continua a non capire e lascio perdere.

Però non mi freno dal dispensargli una perla di saggezza. Mi trasformo in consulente marketing delle guide improvvisate marocchine.

“Mohammed, vuoi fare un sacco di soldi con i turisti?”

“Si certo, Alì”.

“Edoardo, mi chiamo Edoardo”.

Comunque, “quando approcci dei turisti non chiedere se vogliono scoprire le bellezze del posto”. “ O almeno non solo”.

Devi dire: “Volete visitare il posto con me se vi promettessi di non farvi entrare in nessun negozio di Tappeti”?

“Perchè una strategia se proposta continuamente e indistintamente si trasforma in un problema. E tu devi risolvere un problema.”

“La maggior parte delle persone che non si affida ad un local lo fa perchè non vuole trovarsi di fronte a personaggi come Yasmine”.

Mohammed capisce.

“Hai ragione Ali’”. “Scusa, hai ragione Edoardo”. “Da questo momento proverà a fare come dici tu”.

“Però c’è un problema ulteriore”.

Com’è possibile che non lo avevo individuato? Provo a riflettere cercando di dimostrarmi sempre all’altezza. Ma non trovo la soluzione. Demordendo, molto scoraggiato, chiedo timidamente: “Quale problema?”.

Lui mi guarda con un volto quasi terrorizzato e mi dice:

“Lo hai chiamato Yasmine?”

“Si perchè?”

“Yasmine è un nome da donna, come Fatima”. “Tu hai chiamato Yasmine lui?”

“Si, Mohammed lo ho chiamato Yasmine”.

“No buono!”. “Lui non sarà felice”. “Posso darti un consiglio”?

Incuorisito accetto.

“Adesso torniamo li, lo saluti con il suo vero nome Yassin, e per scusarti magari compri un tappeto”. “Piccolo, piccolo”.

“Ciao Mohammed”.